National Geographic Channel Documentari: Concordia Io C'ero il 28 febbraio 2012

GIGLIO-la-Costa-Concordia-500x333

Il naufragio della Costa Concordia resta una tragedia, da ricostruire con delicatezza e serietà. L’incidente fatale, sulle coste dell’Isola Del Giglio, ha mietuto vittime innocenti e fatto sprofondare solidi affetti familiari negli abissi. Un evento di tale portata, con una risonanza mediatica internazionale, non può divenire il romanzo, tutto italiano, che narri triviali gossip.

Per tale ragione ed allo scopo di chiarire i punti ancora oscuri in questa triste vicenda, National Geographic Channel trasmetterà, alle 21.30, martedì 28 febbraio 2012, il documentario dal titolo Concordia: Io C’ero, nel quale le immagini inedite si fonderanno con le voci di eroi e protagonisti, gli unici che meritano risalto.

Solo unendo le tante storie, come piccoli tasselli per comporre il puzzle di un’immane tragedia, si può tentare una ricostruzione fedele delle drammatiche ore pre e post naufragio.

In particolare, la parola verrà lasciata alle dichiarazioni esclusive di Han Gi Duk e di Jung Hye Jin, coniugi coreani, strappati alla crudeltà dell’acqua solo 24 ore dopo l’affondamento della nave da crociera. Passata la paura, ancora tagliente nei loro cuori, gli sposi hanno trovato il coraggio di raccontare, in esclusiva alle telecamere di National Geographic Channel i terribili momenti nei quai si sono sentiti ad un passo dalla fine. Pensate a chi dormiva tranquillamente in cabina la sera del naufragio, ignaro dello scoglio e della falla che squarciava la carena della nave. I coniugi sono stati svegliati di soprassalto dal personale di bordo, ma come molti altri, probabilmente, non hanno inteso al volo la gravità della situazione e, quando se ne sono resi conto, l’acqua li aveva già travolti e la nave si stava già riversando su un fianco. Una storia di coraggio e paura, di due testimoni che possono ancora raccontare la furia di quell’acqua, il gelo di quella notte e l’estremo coraggio dei soccorritori.

Il coraggio e la preparazione dei soccorritori si evince, altresi, dal racconto di Manrico Giampedroni, un membro dell’equipaggio, salvato in maniera eroica da un dramma, nato da tragiche fatalità. L’uomo stava infatti cercando la salvezza, camminando cautamente sul bordo della nave, già inclinata, quando una porta spalancata è diventato il tunnel di dolore e tragicità che, quattro piani più sotto, ha visto l’uomo svenire. Un volo nel vuoto, nell’acqua gelida. Ma l’acqua ed una frattura dolorosa alla gamba non hanno tolto all’uomo il coraggio di aggrapparsi alla vita ed alla speranza, soprattutto, che qualcuno potesse avvertire la sua presenza e tirarlo in salvo da quell’inferno d’acqua; forse proprio quando credeva di poter abbandonarsi al proprio destino, ingiusto e beffardo, i soccorritori l’hanno avvistato. In quel momento, il dolore è cessato; il cuore ha iniziato a battere, ma di speranza, nelle tre ore di concitate e minuziose manovre per trarre in salvo quell’anima temeraria e fortunata.

Una tragedia umana che sconvolge, nella sua immediatezza e nel suo realismo. Non si può dar spazio a notizie accessorie e frivole, quando il mare ha segnato il destino di alcune anime e ne ha salvate molte altre, lasciando uomini nell’angoscia ed altri nella speranza. Solo riascoltando le parole di chi ha avvertito la fragilità della vita umana si può cercare il colpevole del disastro del mare più tragico di sempre.